Descrizione
E attraverso la spaccatura hanno preso a scorrere parole di carta.
Alcune si sono riunite in versi, altre hanno costruito storie.
“O REVUAR, TINA” e “L’ERBORISTA ZOPPO” sono risalite dalle radici famigliari, inzuppate di memoria e immaginazione.
“NODI D’ULIVO” me l’ha suggerita la fantasia del vento tra le fronde di un albero millenario, dirimpetto al mare.
Sono storie di gente che sconfina.
La 127 rosso mattone riparte dopo lo stop alla frontiera, appena oltre il tunnel di Tenda. Il motore già respira l’aria del mare laggiù, dove il Roja si va a tuffare.
È la prima volta che sconfina, da quando monsù Piero, operaio in Fiat, ce l’ha ceduta. A pagarla ci hanno pensato Marina, la mia sorella maggiore, e suo marito, per la tacita regola di famiglia che ingaggia i grandi ad aiutare i piccoli, e spinge al massimo il pedale dell’impegno a restituire il prestito, anche solo per sentirsene degni.
«Se penso che fino al 1947 questo era territorio italiano!»
Le frizioni sulla erre non tolgono nulla alla tenerezza nella voce di Angela, seduta sul sedile posteriore, accanto a mia madre. La nonna dei miei cugini è vissuta a Tenda fino al giorno del referendum che ha confermato l’annessione alla Francia della terra dov’è nata.
«Tenda è l’unica città dove i morti prendono a sassate i vivi» scherza, mostrando il cimitero sul costone che sovrasta le case arroccate.
Poco più sotto ci indica la cava.
«Qui mi sono innamorata di Gigi, il ragazzo venuto dal Veneto a spaccare la pregiata pietra di Tenda. Non potevamo accettare l’idea di diventare francesi, e così siamo sfollati, i figli in una mano e la valigia nell’altra. A Robilante, dove Gigi è stato assunto come messo comunale, ci siamo rifatti una vita. Ma io mescolo ancora farina e rimpianto, quando impasto i sugeli.»
Alcune si sono riunite in versi, altre hanno costruito storie.
“O REVUAR, TINA” e “L’ERBORISTA ZOPPO” sono risalite dalle radici famigliari, inzuppate di memoria e immaginazione.
“NODI D’ULIVO” me l’ha suggerita la fantasia del vento tra le fronde di un albero millenario, dirimpetto al mare.
Sono storie di gente che sconfina.
La 127 rosso mattone riparte dopo lo stop alla frontiera, appena oltre il tunnel di Tenda. Il motore già respira l’aria del mare laggiù, dove il Roja si va a tuffare.
È la prima volta che sconfina, da quando monsù Piero, operaio in Fiat, ce l’ha ceduta. A pagarla ci hanno pensato Marina, la mia sorella maggiore, e suo marito, per la tacita regola di famiglia che ingaggia i grandi ad aiutare i piccoli, e spinge al massimo il pedale dell’impegno a restituire il prestito, anche solo per sentirsene degni.
«Se penso che fino al 1947 questo era territorio italiano!»
Le frizioni sulla erre non tolgono nulla alla tenerezza nella voce di Angela, seduta sul sedile posteriore, accanto a mia madre. La nonna dei miei cugini è vissuta a Tenda fino al giorno del referendum che ha confermato l’annessione alla Francia della terra dov’è nata.
«Tenda è l’unica città dove i morti prendono a sassate i vivi» scherza, mostrando il cimitero sul costone che sovrasta le case arroccate.
Poco più sotto ci indica la cava.
«Qui mi sono innamorata di Gigi, il ragazzo venuto dal Veneto a spaccare la pregiata pietra di Tenda. Non potevamo accettare l’idea di diventare francesi, e così siamo sfollati, i figli in una mano e la valigia nell’altra. A Robilante, dove Gigi è stato assunto come messo comunale, ci siamo rifatti una vita. Ma io mescolo ancora farina e rimpianto, quando impasto i sugeli.»