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Grido e controgrido
Il canto popolare raccontato dal di dentro
- Libro
Descrizione
E quali riflessioni antropologiche, musicologiche, politiche, e filosofiche puù suscitare quel selvaggio canto polifonico? Come può la pratica del canto popolare assurgere a rito comunitario, e comepuò tale rito assumere una valenza politica esemplare? E cosa ha a che rfare ciò con gli "invasati di Dioniso" di cui scrive Nietzsche?
A queste e ad altre domande l'autore cerca di rispondere non attraverso l'asettico approccio dello studioso "esterno", bensì mettendo a frutto una immedesimazione totale col mondo che racconta, cantando a squarciagola insieme all'Altro.
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Al Calisto a l'é n'orgiòn
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E la bionda di Voghera
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Tre fratellin
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Hai mangiato l'nsalatina
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Il Capitan della sezione
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Là 'nt el bosco di Lion
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Còsa fes-ti ò lì bergera
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A Turin a la Reusa Bianca
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Donna lombarda venasca
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La notte in sogno
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Là darè di quel boschetto
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La disgrazia di una figlia
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Sentite buona gente
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S'a-i son tre giovo d'Entraime - Rore
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Donna lombarda mondine
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S'a-i son tre giovo d'Entraime - Tanseto
Quegli spontanei canti popolari da osteria.
In "Grido e controgrido" DiegoAnghilante racconta "dal di dentro" quel un rito comunitario d'un mondo scomparso, ma non del tutto.
(ernesto billò) - Ricordate i mercati d'un tempo nereggianti di folla, risuonanti di belati e muggiti, di richiami e
contratti, di voci e di strenui canti d'osteria già al mattino fino a notte fonda? Canti popolari spontanei che sapevano di sfogo, di rivalsa, di sfida con gli altri nel tentare le note più alte e
gli accordi più impossibili. Sotto le basse fumose volte delle bettole tremavano vetri e bicchieri, ed echeggiavano cori in concorrenza da cento altre osterie aperte in ogni via e in ogni vicolo. Solo apparentemente dissonanti, quei canti esprimevano civiltà contadina e montanara ormai remota. Adesso, a "raccontare" il canto popolare per l'editore "arabAFenice" provvede Diego Anghilante, docente di storia e filosofia a Cuneo e convinto cultore dell' Occitania (da oltre vent'anni dirige "Ousitanio vivo"); e lo racconta appassionatamente "dal di dentro", perché fin da giovane ne ha fatto esperienza cantando con gli anziani della sua Sampeyre. Ma fin dal titolo, "Grido e controgrido" tratto da Nietzsche, lascia intendere sorprendenti consonanze con filosofi, antropologi e autori d'ogni epoca, da Platone a S. Agostino a Guicciardini, da Spinoza a Dante (non senza punzecchiature a certi eccessi e superficialità dei "dotti" odierni"). Attenzione però: per i cantori spontanei non contano tanto i testi e le storie, (come invece contavano per Costantino Nigra, che nell'Ottocento ne raccolse tantissimi in Piemonte), quanto la pluralità di voci che, senza uno spartito e senza un direttore, sfogano a piena gola speranze e paure: in un "patto" che coinvolge tutte le energie e consente un' unione d'animi: ciascuno per sé e tutti per uno. Voci come grida di primitivi e belligeranti, che tuttavia si cercano e si aiutano e creano "armonie sonore di vertiginosa altezza", e danno ai cantori momenti di una soddisfazione non solo estetica ed espressiva, ma sociale, perché col bicchiere fra le mani a quel tavolo d'osteria, "ognuno dà il meglio di sè per contribuire a una "poiesis", una poesia e un' epica collettive. Poi all' alba il canto e l'incanto cessano, fino alla prossima volta...
Scomparse le osterie e la colonna sonora di quei cori dionisiaci, a quella tradizione si sono poi collegati gruppi anche delle nostre langhe e pianure. E Gian Luigi Beccaria, che ne ha fatto esperimento insieme con l'indimenticato amico e collega Eugenio Corsini (quello dell' "Apocalisse"), ha dedicato alla canzone popolare narrativa, vera "letteratura degli ultimi", un intrigante scritto in "Sigma" del 1978: giustamente citato da Anghilante insieme a tanti altri interventi e a una bibliografia ampia e varia.
Recensione uscita su l'Unione Monregalese del 19 giugno 2019.
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Prima di essere pubblicato, dovrà essere approvato dalla redazione.